Gli Alcoholic Alliance Disciples esordiscono sulla lunga distanza con “Prayer For Snakes” e lo fanno registrando un album maturo ed intenso, con un groove tutto di marca americana, di quello sudista, con un suono sporco, grasso che ti si appiccica sulla pelle, un suono che deve molto a quel sound che va dai Black Label Society, passando per certi passaggi alla Crowbar fino ad arrivare ai Down.
In mezzo a questo c’è tanto altro, ma quel che conta in questi casi è l’anima che viene fuori, ti prende per mano e ti guida dentro una musica viscerale. E gli A.A.D. sono tali, viscerali ed intensi, suonano questo hard rock sporco e se non avessi letto che sono sardi li avrei di certo scambiati per texani! Determinante per la riuscita dell’album è la voce sporca di Ignazio Cuga che ci mette tutta l’energia per dare la giusta attitudine ai brani, trovando linee vocali appropriate ad una musica piena di groove. Da non trascurare il lavoro fatto dietro al mixer, che è riuscito nella non facile impresa di riuscire a racchiudere l’anima live della band, con un suono caldo e pieno, fondamentale per risultare credibili suonando un certo hard rock sudista. Già dall’iniziale “Seven Days and Seven Night” si presentano con quella grinta e quell’attitudine che troveremo in tutto l’album, con brani di lunghezza media, in cui la fanno da padrone i tempi medi, salvo essere assaltati da improvvise accelerazioni. Sia chiaro, i A.A.D. non inventano niente, ma quello che suonano lo fanno con un’attitudine ed un gusto che fa passare in secondo piano la derivazione della loro proposta.
Sentite “Voodoo Night” per capire cosa intendo: riffs muscolari, un ottimo ritornello e solos caldi ed ispirati. Da headbanging l’inizio di “Inner Fight” prima che rallenti, un brano che vive a due velocità, per giungere ad un arpeggio nella parte centrale su cui parte un solos che mi ricorda certe sonorità alla Alice in Chains! “Drawing Dead” è il pezzo che offre momenti più propriamente metal, con accenti di Panteriana memoria, “The same old fucking story” ha quel riffing groove metallizzato dei primi Black Label Society, interessante, peccato solo per l’eccessiva durata del pezzo. Giungo alla fine di Prayer For Snakes con la consapevolezza di aver ascoltato un disco energico e ben fatto. Bravi!!!
Recensione a cura di John Preck
Voto: 74/100 

 

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